SPERIMENTAZIONE PER L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Dopo una lunga serie di tribolazioni e aggiustamenti, l’ANPAL ha finalmente dato il via alla sperimentazione per l’assegno di ricollocazione, il nuovo strumento di politica attiva del lavoro che dovrebbe rappresentare, dalle parole del presidente Del Conte “Una rivoluzione culturale, un importante cambio di prospettiva” all’interno del mercato del lavoro nazionale.

Nello specifico di cosa si tratta?

Sostanzialmente, l’assegno di ricollocazione è un voucher che il disoccupato può spendere presso una serie di soggetti definiti, allo scopo di ottenere supporto e accompagnamento nella ricerca di una nuova occupazione.

La fase di sperimentazione sarà aperta a circa 30.000 disoccupati selezionati dall’INPS fra i percettori di NASPI (la vecchia indennità di disoccupazione) da più di quattro mesi. Queste persone potranno rivolgersi ad una platea di soggetti qualificati fra cui i centri per l’impiego e le agenzia accreditate ai servizi al lavoro su base nazionale o regionale.

Ma quali sono le particolarità di questo nuovo strumento?

Innanzitutto il focus della remunerazione per gli enti è fortemente orientato al risultato, con la quasi totalità delle risorse che vengono assegnate a condizione che il disoccupato sia realmente reinserito nel mercato del lavoro, con un contratto di lavoro subordinato per un minimo di 6 mesi (3 mesi per le regioni definite “meno sviluppate”).

Il valore dell’assegno varia da un minimo di 250 a un massimo di 5.000 Euro, in funzione delle caratteristiche di profilazione dell’utente, che può essere catalogato su una scala che va da 0 (probabilità nulla di restare disoccupato nei successivi 12 mesi) e 1 (probabilità totale di restare disoccupato nei successivi sei mesi.

Viste così, le caratteristiche principali dell’assegno di ricollocazione, fanno ben intuire a che tipo di rivoluzione si riferisca il presidente Del Conte: l’esborso di risorse pubbliche per le politiche attive del lavoro deve essere legato al raggiungimento di risultati, e non rinforzare la logica di sussidiarietà passiva né dal punto di vista dei disoccupati, né tanto meno da quello degli enti erogatori del servizio.

Questo principio generale non può che riscuotere ampio consenso: dopo anni in cui il mondo della ricollocazione professionale finanziata dal pubblico è sembrato essere più che altro welfare per gli operatori di settore, con la progressiva perdita di interesse per il risultato occupazionale, è sicuramente necessario dare una sferzata al sistema, e riportare l’attenzione all’obiettivo vero e proprio del processo, e cioè la collocazione degli utenti.

In questo senso, d’altronde, si erano già mosse le regioni più virtuose negli ultimi anni, con la Lombardia in testa, che aveva rivisitato gli strumenti costruiti sul modello della Dote Lavoro, in modo da incentivare in modo importante la ricollocazione, e non permettere agli enti di vivacchiare con le attività riconosciute a processo.

Detto questo, a mio parere, come spesso capita nel nostro bel paese, si passa sempre troppo repentinamente da un eccesso all’altro, e gli eccessi, si sa, non sono mai una vera e propria soluzione al problema.

Vorrei a questo proposito proporre alcune riflessioni nel merito delle particolarità dell’assegno di ricollocazione, che potrebbero rischiare di renderlo disfunzionale rispetto all’obiettivo generale.

Innanzitutto, per quanto sia importante valorizzare il risultato occupazionale, non si può dimenticare che questo è figlio di un processo di accompagnamento fatto di tappe strutturate, e strumenti specifici.

Per questo motivo, andrebbe riconosciuta agli operatori un’attività minima a processo, che garantisca quanto meno una preparazione qualitativamente adeguata al percorso di ricerca di un nuovo lavoro.

Nei casi di risultato non raggiunto, con l’assegno di ricollocazione, all’ente viene riconosciuto l’equivalente di 3 ore di attività (il cosiddetto free4service) per una cifra di 106,50 Euro, solo a condizione che nei sei mesi precedenti lo stesso abbia ottenuto risultati occupazionali del 10% superiori al valore medio di ricollocazioni spontanee fra i percettori di NASPI nella regione di riferimento.

Dal mio punto di vista, tre ore di attività, a queste condizioni, non sono un valore minimamente sufficiente a garantire l’avvio di un percorso qualitativo e professionale con l’utente.

Un altro punto da valutare con attenzione sono le tempistiche di corresponsione dei contributi a risultato occupazionale raggiunto: il soggetto erogatore si vedrà liquidata un parte della somma dovuta alla stipula del contratto, e il restante in ratei trimestrali o semestrali a seconda del tipo di contratto sottoscritto. Oltretutto, il diritto al bonus per il risultato ottenuto è vincolato al fatto che il rapporto di lavoro abbia una durata effettiva minima di 12 mesi per i contratti a tempo indeterminato, e che arrivi fino al termine per i contratti a tempo determinato.

Questi particolari rischiano di compromettere l’efficacia dello strumento nella misura in cui possono spingere gli enti erogatori a non investire in modo qualitativo e deciso su questa particolare attività.

Può un soggetto investire in modo importante nel processo, se deve esporsi economicamente per un periodo che può arrivare a un intero anno, anticipando buona parte dei costi sostenuti, a fronte di cifre di rientro non certo così alte?

E’ corretto che il ricavo derivante da un percorso di ricollocazione professionale dipenda dalla durata effettiva del rapporto di lavoro, quando questa è oggettivamente determinata da fattori che si giocano fra il lavoratore, l’azienda, e il mercato di riferimento?

Mettendo insieme queste riflessioni sono portato a ritenere che l’assegno di ricollocazione sia uno strumento da migliorare per renderlo veramente efficace, e soprattutto alla portata degli attori in gioco nel variegato panorama delle politiche attive del lavoro in Italia.

A queste condizioni, si rischia di aprire lo strumento solo alle grandi agenzie di somministrazione che hanno la struttura per sostenere l’accoglienza senza rimborso, e possono ottenere risultati occupazionali veicolando gli utenti dell’assegno fra le offerte di lavoro che raccolgono con la loro rete commerciale.

In questo modo, però, non si creano nuove opportunità, ma si riciclano quelle già esistenti.

Sarebbe in questo senso un vero peccato non mettere in condizioni di operare tutte quelle realtà di dimensioni medio-piccole che per anni si sono costruite una professionalità specifica nel campo dell’outplacement e della ricollocazione professionale, facendone la propria mission primaria.

Un ultimo punto su cui vorrei riflettere è la tipologia di integrazione proposta fra soggetti pubblici e privati. In questo caso i centri per l’impiego vengono messi in condizione di fare le stesse attività, quindi in concorrenza, con gli enti privati accreditati.

L’integrazione fra pubblico e privato dovrebbe essere mirata a creare sinergia fra le competenze provenienti dai due diversi ambiti, in modo da offrire all’utente un servizio qualitativamente migliore e più efficiente.

Per questo, forse, avrebbe avuto più senso lasciare ai centri per l’impiego il compito di svolgere accoglienza e primo filtro, mantenendo una posizione di regia e monitoraggio sull’attività, ma affidare ai soli enti privati l’accompagnamento al lavoro e lo scouting sul mercato; in questo modo si sarebbero valorizzate le specificità di entrambe le parti, cercando di offrire all’utente il meglio di ognuna.

In sintesi, aspettiamo di vedere quali saranno i ritorni e gli esiti della fase di sperimentazione, nella speranza che tutto possa funzionare per il meglio, e che, se così non fosse, le critiche costruttive come le nostre possano essere accolte e considerate nell’ottica di una continua crescita per il raggiungimento di obiettivi così importanti.

Il nostro mercato ha enormemente bisogno di nuovi strumenti che possano moltiplicare le possibilità dei disoccupati, e, più d’ogni altro chi sta ogni giorno sul campo, può offrire spunti e suggerimenti per migliorare.

2017-05-11T12:04:48+00:00 10 maggio 2017|